Linee guida di Mozilla Italia

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Terminologia: se e quando tradurre

Il campo dell’informatica ha senza dubbio adottato come lingua franca l’inglese. Non solo è imprescindibile per gli sviluppatori di tutto il mondo, ma anche nell’esperienza dei comuni utenti entrano con sempre maggiore frequenza parole inglesi, a volte dettate dalle nuove tecnologie, altre da mode e tendenze (es. selfie, tweet ecc.).

Il compito di un traduttore sembrerebbe chiaro: trasporre tutte queste parole da una lingua all’altra. Eppure al giorno d’oggi appare impensabile convertire in italiano termini come “browser”, “server”, “blog”, “account”.

Talvolta anche traducenti perfettamente accettabili e corretti, come “parola chiave” per password o ancora “copione/manoscritto” per script, se utilizzati in ambito informatico genererebbero nell’utente più confusione che altro.

Ricapitolando, una traduzione è sempre possibile, ma non necessariamente rappresenta la scelta migliore. La comunità di Mozilla Italia è molto sensibile a questo dilemma.

In questo capitolo si tenterà di esporre una metodologia per raggiungere un equilibrio, soddisfacendo la necessità di tenere l’utente sempre aggiornato in modo trasparente e intuitivo sui nuovi sviluppi tecnologici, senza però cadere nell’anglofilia o nell’ostentazione fine a se stessa della lingua straniera.

Davanti a un termine in inglese ci sono due strade, entrambe portano i loro vantaggi e svantaggi.

Non tradurre: i pro e i contro

La prima opzione è lasciare il termine invariato. Questa scelta è da preferire in caso di termini recentissimi, per i quali non si è ancora affermato un traducente italiano.

Uno dei vantaggi principali di questo metodo è l’ottimizzazione della ricerca per parola chiave e dei tag (o “etichette”), perché consente di attingere a risorse contenuti provenienti da qualsiasi parte del mondo.
Questo, naturalmente, ammesso che l’utente riesca a usufruire di tali risorse e contenuti nonostante le barriere linguistiche.

es. Se l’utente digita “wallpaper” (“sfondo scrivania”) in un motore di ricerca, potrà accedere a immagini di sfondi caricate in rete dagli utenti di tutto il mondo. Tuttavia se cerca “digital marketing” troverà articoli, video e altre risorse in una lingua che non è la sua, e ciò potrebbe essergli di scarsa utilità.

Insomma, questo tipo di approccio va a vantaggio degli utenti che hanno una conoscenza almeno funzionale dell’inglese e ne fanno uso in un contesto internazionale.

D’altra parte, anche la strategia di accettare acriticamente tutti i termini inglesi è controproducente.

Data la frequenza con cui compaiono questi termini, alla fine la “traduzione” di certi articoli tecnici o, per citare un altro campo, di marketing, consisterebbe praticamente in un elenco di sostantivi in inglese, interrotti sporadicamente da preposizioni e qualche generico verbo in italiano.

es. Prima fai il submit della new release della tua app via l’application form, poi posti una entry sul tuo blog con tutte le release notes e l’update della privacy policy e linki alla landing page, e a quel punto fai il più possibile sharing sui social network e chiedi ai tuoi followers di mettere like e di fare retweet. E non dimenticare di uppare anche qualche screenshoot per dare una preview delle last features.

Questo, oltre a risultare in un testo di difficile comprensione, influisce anche sulla capacità espressiva del lettore, che alla lunga impoverirà e banalizzerà il proprio linguaggio.

Infine è anche un compromesso poco soddisfacente per chi conosce l’inglese, che trarrebbe più giovamento dal leggere i contenuti direttamente in lingua originale.

Al contrario favorisce, in chi l’inglese non lo conosce, atteggiamenti acritici e snobistici, come ostentare vocaboli inglesi (di cui a volte non si conosce significato) con la percezione di apparire più professionali e aggiornati, senza però portare a quella consapevolezza e approfondimento che sono traguardo dell’alfabetizzazione web.

Tradurre: i pro e i contro

L’altra opzione è conferire al termine un traducente italiano.

Le traduzioni in italiano trasparenti e riconoscibili dei termini inglesi hanno il vantaggio “didattico” di portare a una consapevolezza più pragmatica e profonda dei termini.

Al contrario di molti termini stranieri, che spesso l’utente memorizza come una serie di suoni senza significato, i termini italiani riconducono la mente a una forma tangibile, avvicinandola alla tecnologia in modo intuitivo.

Alcuni esempi sono “cartella” (directory o folder), “cestino” (trash), “casella di posta”(mailbox), parole che richiamano oggetti semplici e comuni ed hanno contribuito a trasformare la rivoluzione informatica in uno strumento quotidiano a portata di tutti proprio perché gli utenti dei vari paesi li hanno potuti internalizzare nella propria lingua madre.

Tuttavia per questi termini italiani che hanno avuto tanto successo, altri sono caduti nell'oblio, soppiantati dalla loro controparte inglese. Tra questi ricordiamo “archivio” (file), “navigatore” (browser), “parola chiave” (password).

Dunque dare una “voce italiana” alle nuove tecnologie rientra pienamente nel programma di alfabetizzazione web dell’utente di Mozilla e nei principi dell’Open Source.

Tuttavia, laddove un termine inglese è ormai entrato nell’uso, diventa controproducente tentare di imporre una terminologia italiana, che rischia al contrario di confondere l'utente.

Un caso delicato: la documentazione tecnica

L’informatica è uno degli ambiti in più rapida evoluzione: i termini nascono e cadono in disuso nell’arco di pochi mesi, per questo le lingue diverse dall’inglese stentano a tenere il passo.

Talvolta sembra perfino fatica sprecata ideare un traducente per un termine che magari è destinato a cadere nell'oblio di lì a poco. In questo ambito se ogni manuale desse la sua personale traduzione dei vari termini, si creerebbero facilmente incomprensioni e ambiguità. Questo è improponibile in un campo di studio dove è richiesta assoluta precisione terminologica.

Spesso il problema della traduzione viene sottovalutato quando si pensa a documentazione per gli sviluppatori. Si ritiene che, lavorando con l’inglese, siano perfettamente in grado di leggere e produrre testi in questa lingua senza sforzo.

Invece sono molti gli sviluppatori che, non avendo abbastanza confidenza con l’inglese, cercano risorse (spesso tradotte in maniera confusa e poco aggiornata) nella loro lingua madre.

Prova di questa esigenza è il sito Mozilla Developer Network, dove gli sviluppatori possono scrivere e tradurre articoli tecnici in una vasta gamma di lingue.

È auspicabile, per lo sviluppo di una forte comunità di sviluppatori italiana, oltre che per includere gli sviluppatori che hanno un rapporto problematico con l’inglese, innalzare il livello qualitativo delle traduzioni tecniche, diffondendo le buone pratiche di traduzione, una maggiore attenzione alla forma e consapevolezza dell’utilità di una terminologia italiana.

Per questo l’ideale sarebbe accostare sempre un traduttore per la parte linguistica e formale, a uno sviluppatore che faccia presente problemi tecnici e soprattutto, in qualità di utente finale, conformi la traduzione alle proprie conoscenze e esigenze.

Identità e missione di Mozilla

Un discorso a parte va fatto quando un’organizzazione decide di localizzare la propria terminologia in diverse lingue, e ne fornisce quindi una traduzione ufficiale.

Delineare una propria terminologia ufficiale, oltre che, perché no, utilizzare la propria posizione di rilevanza per promuovere e arricchire la terminologia del panorama informatico italiano, è un importante passo per sancire la propria identità come organizzazione e costituire un punto di riferimento per la comunità di utenti anche a livello linguistico.

Uno dei punti di forza di Mozilla è la localizzazione in numerose lingue di prodotti ed eventi, in modo che gli utenti di ogni dove si sentano “a casa” utilizzandoli.

In conclusione il modus operandi di Mozilla è cercare di armonizzare la chiarezza e la precisione terminologica dei termini internazionali con la scorrevolezza e la semplicità di una spiegazione in lingua italiana.

Tra queste due esigenze ovviamente la comprensione univoca di un termine deve venire sempre al primo posto rispetto all’eleganza di uno stile in bell’italiano.

Consigli pratici

Durante le traduzioni è di fondamentale importanza verificare sempre se un termine ha il suo traducente italiano riconosciuto sul glossario o nelle memorie di traduzione di Mozilla Italia.

In caso il glossario ufficiale non offra indicazioni, si può cercare un traducente italiano appropriato e universalmente riconosciuto su altre fonti autorevoli, per esempio Language Portal di Microsoft.

Quando ci si trova davanti a un nuovo termine, per evitare scelte dettate da gusti personali e argomentazioni soggettive, è utile porsi le seguenti domande:

  • Il termine presenta già un traducente affermato e riconoscibile in lingua italiana? (Verificare per esempio su Language Portal o altre fonti autorevoli). Se sì, ci sono motivazioni solide per non utilizzarlo?

  • Che diffusione e impatto ha il termine? È una parola destinata a comparire con frequenza, oppure un vocabolo che si usa raramente e in contesti circoscritti?

  • Chi è il “lettore ideale” del termine? L’utente comune? Lo sviluppatore?

  • Mantenere il termine non tradotto porterebbe dei vantaggi significativi al lettore (es. ottimizzazione nei motori di ricerca, comunicazione con utenti stranieri ecc.)?

  • Tradurre il termine in italiano potrebbe dare adito a fraintendimenti o incomprensioni nel lettore?

    Es. “diario web” per blog “soprannome” per nickname

  • Esiste un traducente trasparente e univoco che lascia intuire senza pericolo di confusione del termine in lingua di partenza?

    Es. mailbox > “casella di posta”

  • Il termine tradotto stabilisce un legame di familiarità con il lettore e rende il discorso in lingua italiana più fluente e comprensibile?

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